Appunti sulla non-crisi di governo

by admin

LA COMMEDIA DEL DRAGHI BIS
Ancora poche ore e questa noiosa commedia finalmente finirà. Spunteranno pattuglie dei soliti “responsabili” che giungeranno a salvare l’illuminato governo dell’infallibile Draghi. Un governo che, in realtà, salvo lo è già avendo ottenuto un’ampia fiducia anche pochi giorni fa.
LA VERA CRISI
Il governo è entrato in crisi a seguito delle dimissioni presentate e giustamente respinte da Mattarella (uno dei pochi tra gli inquilini dei palazzi ad aver letto e capito la Costituzione). Una settimana di tempo per “riflessioni”. Un altro premier al posto di Draghi sarebbe stato zimbellato, giustamente, ogni giorno sui giornali…ma Lui è il Migliore. Poi c’è un’altra crisi, quella dei cittadini e delle imprese costretti a fare i salti mortali per pagare i molteplici rincari e a cui l’onnipotente e infallibile Draghi ha concesso – bontà sua –200€ una tantum. Fateveli bastare, altrimenti mangiate brioches. Per inciso i 200€ saranno anticipati dai datori di lavoro quindi, soprattutto per le piccole partite iva con dipendenti almeno in prima battuta sarà un costo in più…
I 9 PUNTI DI CONTE
L’unica nota politica della vicenda è finora il documento in 9 punti elaborato da Giuseppe Conte in cui vengono posti alcuni temi imprescindibili non solo per la permanenza nel governo del suo Movimento, ma anche per tutelare – cito solo i due temi più interessanti secondo me – i lavoratori (salario minimo), il potere di acquisto dei più deboli (scostamento di bilancio e cashback), il rilancio del settore edile e la maggior tutela ambientale (superbonus). I punti di Conte sono stati quasi totalmente ignorati dagli altri partiti, dalla stampa e da Draghi stesso.
SONO UN PRETESTO?
Non c’è dubbio che i 9 punti siano anche un modo per marcare nettamente la differenza tra il Movimento di Conte e gli altri, ridefinire una chiara identità e avviare l’iter di uscita da una maggioranza nella quale è oggettivamente impossibile per gli elettori del M5S ritrovarsi. In una coalizione è giusto stare finché hai la possibilità di incidere portando avanti i tuoi temi e finché hai garanzia di reciproco rispetto con gli altri alleati. Quando queste due condizioni, già più volte vessate negli ultimi mesi, vengono totalmente a mancare – tanto più dopo la scissione dei dimaiani – non ha più senso restare dentro. Per giunta ciò accade in un momento di gravissima crisi sociale totalmente ignorata da questo governo, che ritiene anzi “minacciose” proposte come quelle sul salario minimo legale. Restare dentro questo governo diventerebbe non solo sconveniente, ma incomprensibile.
L’INCENERITORE DI ROMA
Uno dei punti della discordia è sicuramente l’inceneritore di Roma. Nel DL Aiuti il PD ha infatti ottenuto di inserire, in barba a qualsiasi logica, una norma che consentirebbe al sindaco di Roma il potere di realizzare un nuovo inceneritore. Due piccoli dettagli: in un decreto-legge vengono devono essere inserite solo questioni di emergenza e urgenza…che urgenza può avere la costruzione di un impianto che richiede almeno 7 anni di tempo per entrare in funzione? La Costituzione – che andrebbe letta bene – stabilisce inoltre che la materia è di competenza regionale, non certo comunale: la norma sarà dunque probabilmente cancellata per evidente incostituzionalità. A cosa serviva dunque inserire questa norma dentro un importante decreto d’emergenza se non a provocare le reazioni altrui?
IL MURO DI GOMMA DEL PD
Ecco dunque il PD, presunto alleato del Movimento: quanti di quei 9 punti sosterrebbe? Temo che il numero si avvicini a zero. Un loro ministro, Andrea Orlando, ha elaborato una sua proposta sul salario minimo che – laddove mai venisse approvata – renderebbe normale e legale pagare determinati lavori 5 o anche 4 euro lordi l’ora! Una proposta del genere rasenta lo schiavismo e nemmeno Confindustria stessa avrebbe avuto mai l’ardire di presentarla. Il mistero maggiore è come sia possibile, nel 2022, ritenere ancora il PD un partito dei lavoratori, un partito progressista o – scusate la bestemmia – di sinistra. Si tratta dello stesso partito che non ha mosso un dito per salvare il governo Conte dopo il vile tradimento di Renzi, non ha emesso un fiato di fronte ai quotidiani insulti del loro eletto Calenda (poi transitato altrove, ma sempre alleato del PD), non ha detto nulla dei rapporti di Renzi con l’Arabia, ha sostanzialmente sostenuto e favorito la scissione dimaiana, ma oggi minaccia la fine dell’alleanza (QUALE alleanza?) col Movimento in caso di uscita dalla maggioranza che sostiene Draghi. Per fare cosa? Il campo largo…ennesima formula vuota di un partito che vive solo grazie alla paura della destra. Già hanno iniziato: occhio che se cade Draghi vince la destra!
ODDIO, VINCE LA DESTRA!
Per forza. La Destra propone soluzioni spiegabili in tre parole, di facile presa. Certo, all’impatto col mondo reale si riveleranno totalmente inutili e anzi deleterie, ma per vincere le elezioni bastano e avanzano. Poi dopo qualche mese di governo a guida Meloni ci sarà sempre un banchiere in pensione pronto a subentrare sostituendo FdI col PD per un Draghi-bis o Draghi-ter. Così, dopo una campagna elettorale in cui il PD griderà “votate noi sennò vince la destra” i loro elettori dovranno nuovamente vedere i parlamentari del PD alleati con Lega e Forza Italia in un nuovo governo che farà ovviamente cose di destra. Come quello attuale, del resto.
IL GRAN BALLO DEI FUGGIASCHI A COMANDO (DI LETTA?)
Non c’è dubbio che una accelerazione alla volontà del M5S di uscire da questo governo sia arrivata grazie (e sottolineo GRAZIE) alla scissione promossa da un oltremodo ambizioso ministro degli esteri. In queste ore, grazie al fidato Crippa si narra stia tentando una sorta di scissione-bis per portare via un altro pezzo di eletti al Movimento di cui fu capo. In tal caso si avvererebbe l’auspicio del nipote di Gianni Letta secondo cui è necessario che mercoledì il Movimento voti la fiducia a Draghi…se non tutto anche solo una parte. L’atteggiamento di arroganza del PD non mi stupisce, ma rende chiara l’idea di come sia oggettivamente difficile poter pensare a una alleanza seria con loro. Come puoi fidarti di chi “chiama” apertamente una scissione in casa altrui? Condizione imprescindibile per ogni alleanza (ma oserei dire per ogni rapporto umano) è il rispetto reciproco…se manca anche quello di cosa stiamo parlando? Purtroppo, questo vale spesso anche nei territori, non solo nel governo nazionale.
ODIATI E INAFFIDABILI, MA INDISPENSABILI
Uno degli aspetti più assurdi e tragicomici di questi giorni è la ripetizione del mantra secondo cui il M5S DEVE essere denigrato H24 a reti ed edicole unificate, ma senza il quale non si può fare un governo (pur essendo evidente che i numeri per farlo anche senza il M5S ci sono in abbondanza). Resta poi una curiosità: quando si dice che il M5S deve rimanere fedele al patto iniziale a quale M5S ci si riferisce? Al tempo della nascita del governo Draghi il Movimento era ancora sotto la guida di Di Maio, sebbene tramite la reggenza di Vito Crimi. Conte era stato appena disarcionato da una manovra di palazzo e non era nemmeno iscritto al Movimento. Draghi in questi mesi di governo si è interfacciato solo con Di Maio e con Grillo, ignorando totalmente Giuseppe Conte (e in certe telefonate a Grillo diceva certe cose…). Quindi verrebbe da dire che la parte di M5S con cui Draghi si è accordato a quel tempo oggi si chiama “Insieme per il futuro” e fa già parte della sua maggioranza. Stop. Se invece si ritiene indispensabile la presenza del M5S attuale in quanto quella “sigla” era presente in origine sarebbe necessario che ad uscire dal governo fosse la componente scissionista di un Movimento ritenuto così “importante”…non accadrà mai, ma vorrei tanto che qualcuno avanzasse questa proposta anche solo per vedere la faccia di Di Maio di fronte al rischio di perdere il suo incarico.
ROSSOVERDI, CON CHI STATE?
Mi riferisco all’aggregazione delle forze di sinistra e di quelle ecologiste che sta prendendo forma in queste settimane partendo dalla federazione tra Europa Verde e Sinistra Italiana. Sondaggisti e giornalisti inseriscono questa area, l’unica che al momento definirei propriamente di sinistra, in una futura alleanza col PD nel loro cosiddetto “campo largo”. Si tratta di forze politiche che non sostengono il governo Draghi, ma stranamente per loro non varrebbe il veto lettiano che invece pende su Conte. Ecco, se queste forze anziché farsi fagocitare nell’alleanza con PD, Arabia Viva, Calenda, Di Maio, Mastella e altri virgulti volessero creare con i Contiani e altri (penso a Bersani, Elly Schlein, i giovani dei F4F) una autentica area progressista…quale momento migliore di questo?
IL PROSSIMO VIAGGIO DEL (NUOVO) GARANTE
L’amico Di Battista cosa vuole fare da grande? Ce lo chiediamo dal 2013 e forse se lo chiede anche lui. Da settimane è sull’uscio in attesa che il M5S esca dal governo, dicendo che in tal caso forse lui potrebbe rientrare nel Movimento. Sinceramente sono molto perplesso sull’effettiva voglia di fare questo passo e mi auguro che, nel caso avvenga, si creino condizioni di sincera lealtà reciproca con Conte. Di Battista con la sua intransigenza potrebbe essere – secondo me – un buon Garante, concedendo finalmente la meritata pensione a Grillo. Se questo sarà il suo nuovo “viaggio” potrebbe essere anche utile un suo rientro. Magari insieme a qualche altro parlamentare valido precedentemente cacciato dalla gestione Di Maio.
LA SFIDUCIA
Abbiamo iniziato il discorso dalla fiducia e chiudiamo con la sfiducia. Non quella del Parlamento, ma quella – molto più importante – degli elettori. Nelle ultime legislature abbiamo assistito a un continuo aumento dei fenomeni di trasformismo, con parlamentari eletti in un gruppo che poi in corso di mandato transitano altrove, a volte creando addirittura dal nulla partiti che esistono solo in Parlamento, ma non nel mondo reale (Coesione e Territorio, Nuovo Centrodestra e, più recentemente, Arabia Viva e Insieme per il futuro). Poi ci si stupisce del continuo calo dell’affluenza alle urne dei cittadini, giustamente sfiduciati nei confronti di una classe politica davvero imbarazzante. La qualità della classe politica non si può certo migliorare per legge, ma la deriva del continuo trasformismo deve essere in qualche modo arginata. L’introduzione delle elezioni di recall, con cui un parlamentare che volesse cambiare gruppo dovrebbe richiedere agli elettori del proprio collegio l’eventuale conferma del seggio, sarebbe secondo me un ottimo sistema. In sostanza: se vieni eletto nella lista A e vuoi trasferirti nella lista B decadi automaticamente dal ruolo di parlamentare e viene indetta una elezione per sostituirti. A quella elezione suppletiva hai diritto di presentarti come candidato della lista B in cui ti vuoi trasferire. Se agli elettori va bene che tu ti trasferisca in un altro partito bene, altrimenti in Parlamento accederà qualcun altro. Qualcosa mi dice che con una tale norma sarebbero ben pochi i parlamentari che vorrebbero cambiare gruppo…
IN CONCLUSIONE
Guardiamo sempre con ottimismo al futuro. Abbiamo solo una crisi economica devastante all’orizzonte, una guerra potenzialmente mondiale in corso, una pandemia non ancora finita…ma se c’è Draghi…

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