Scindetevi e moltiplicatevi

L’epoca di grandi stravolgimenti che stiamo vivendo non ha per ora apportato alla politica italiana analoghe trasformazioni, almeno non ancora in misura comparabile. La politica ha i suoi tempi di evoluzione, in genere sempre meno allineati con quelli frenetici e folli degli eventi storici e delle mutazioni della società. Qualcosa però, a un anno dalle elezioni politiche, inizia a intravvedersi e potrebbe avere effetti tali da modificare sistematicamente il quadro politico generale. In questa fase, con la sola eccezione – per ora – di Fratelli d’Italia, tutti i principali partiti italiani sono oggettivamente a forte rischio di scissione. Alcuni, come Forza Italia e Movimento 5 Stelle, lo danno maggiormente a vedere. Altri, come Lega e PD, riescono a mascherarlo rifugiandosi nelle consuete strategie della fiducia incondizionata nel leader o in quella del “morto a galla” ormai patrimonio immateriale dei Dem.

L’anomalia del governo tecnico di larghissime intese, come era facilmente prevedibile, sta spingendo i partiti di centro a sognare il ritorno – progetto che si manifesta ciclicamente e sempre senza successo fin dal 1992 – a una nuova DC o comunque a un grande raggruppamento dei “moderati e riformisti” (categorie dello spirito più che della politica) che metta insieme appassionatamente tutti gli esponenti delle forze politiche conservatrici. Conservatrici intendo, in senso letterale, ovvero quelle forze che intendono mantenere lo status quo in gran parte dell’assetto istituzionale, nelle politiche economiche, nei rapporti internazionali. Con il passare dei mesi si affaccia anche l’ipotesi di una “lista Draghi” che ricorda molto l’analoga e fallimentare esperienza della lista Monti nel 2013 (che aveva tra i suoi membri, forse non a caso, un certo Carlo Calenda).

Dopo una pandemia e con una guerra mondiale per procura in corso pare improbabile l’avvio di una vera crisi di governo, anche perché nessun partito ha da solo i numeri per provocarla. Anche se il partito con il maggior numero di parlamentari, il Movimento 5 Stelle, domattina uscisse dal governo comunque Draghi continuerebbe ad avere numeri sufficienti per andare avanti. Se uscisse anche la Lega cambierebbe lo scenario, ma è improbabile che entrambe le forze politiche decidano contemporaneamente di uscire. Farlo avrebbe esiti non facilmente gestibili: avremmo una crisi di governo vera, con il rischio di elezioni anticipate sebbene solo di pochi mesi. Rischio accettabile per chi ha comunque deciso di rifiutare il vitalizio (che scatta a settembre), ma non per gli altri. Potrebbe dunque esserci un accordo-ponte per un ultimo governo, ancora più tecnico, di fine legislatura che provveda a poche cose (PNRR e legge elettorale), con una guida istituzionale diversa da Draghi. Potrebbe toccare a qualche “riserva della Repubblica” come il sempiterno Amato, oppure Paola Severino (sarebbe la prima donna premier nella storia) o un tecnico più focalizzato sulle materie economiche come l’attuale titolare del MEF Daniele Franco. A quel punto spetterebbe a Draghi decidere come completare il suo cursus honorum, decidendo se concorrere apertamente per la segreteria generale della NATO oppure se cedere alle lusinghe dei vari “centrini” per fare la sua Scelta Civica 2.0. Certo, per tornare alla guida del governo avrebbe poi bisogno dei voti della Lega, cioè uno dei due partiti che l’avrebbero appena defenestrato…ma non portiamoci troppo avanti con le ipotesi. Resterebbe infine anche l’opzione, temo residuale, di tornare a Città della Pieve per fare semplicemente il nonno.

Sulle ambizioni di Draghi si gioca gran parte della partita e anche la eventuale ri-scrittura delle regole della partita stessa: la legge elettorale. Confermare l’attuale Rosatellum renderebbe obbligatoria la formazione di coalizioni prima delle elezioni. Ad oggi questo comporterebbe problemi per tutti: Lega e Forza Italia vivono il momento di minor collaborazione possibile con Fratelli d’Italia (ovviamente l’inversione degli storici rapporti di forza incide eccome), stesso discorso vale per i rapporti ai minimi tra PD e Movimento 5 Stelle. Una legge proporzionale potrebbe dunque far comodo a molti, lasciando a tutti “mano libera” per costruire coalizioni post elezioni. Dopo le elezioni i gruppi di centro potrebbero dunque convergere nuovamente sul nome di Draghi lasciando fuori l’ala destra del parlamento (Fratelli d’Italia e Italexit) e quella sinistra (Movimento 5 Stelle e liste minori come Sinistra Italiana/Verdi/Articolo Uno). Sarebbe dunque un Draghi bis con la stessa maggioranza attuale, M5S escluso. In caso di conferma del Rosatellum invece si aprirebbero due diverse opzioni: 1) PD e M5S si coalizzano, centrodestra unito, Azione e altri costituiscono un “poletto” di centro. In tale scenario pare verosimile che il centrodestra possa fare il pieno nella quota maggioritaria assicurandosi quasi la maggioranza assoluta. 2) Centrodestra unito; polo di centro PD-Azione-Italia Viva e altri; coalizione progressista con M5S, Verdi e liste di sinistra. In tale scenario il centrodestra potrebbe vincere con un margine ancor maggiore. 2bis) Come il precedente, ma con Forza Italia che aderisce al polo di centro. Sarebbe una competizione un po’ più combattuta, ma forse ancora i tempi per vedere ufficialmente PD e Forza Italia nella stessa coalizione – sebbene ciò accada nei fatti da un decennio – non sono maturi per i rispettivi elettorati. In definitiva dunque il Rosatellum potrebbe avvantaggiare solo Fratelli d’Italia, a patto che riesca a tenere con sé tutto il centrodestra e che ottenga un risultato abbastanza buono da non dover dipendere dai voti del centro renzian-calendiano; per tutti gli altri meglio andare avanti, sebbene per motivi diversi, con il proporzionale.

In tale marasma tutto è possibile e all’interno di ogni partito, inevitabilmente, si stanno formando almeno due diverse fazioni. Ecco dunque lo scontro, già evidente, in Forza Italia tra chi vorrebbe ancorarsi alla Lega e chi invece vorrebbe recuperare una identità più centrista e dialogante con i renzian-calendian-lettiani; nel Movimento 5 Stelle l’ala progressista contiana prima o poi dovrà arrivare alla troppo a lungo rinviata resa dei conti con l’ala minoritaria tra gli elettori, ma piuttosto numerosa tra gli eletti dei dimaian-draghiani. Resta altresì da capire se in un Movimento privo dei dimaiani possa trovare nuovamente spazio gente come Di Battista o Villarosa; anche nella Lega la posizione ondivaga di Salvini serve soprattutto a non far scappare né gli oltranzisti più di destra (anche se alcuni hanno già lasciato il partito per accasarsi dalla Meloni o, in misura minore, da Paragone), né i giorgettiani più inclini a dialogare con i draghiani. E infine il PD, ormai da tempo diviso tra filocontiani (soprattutto le correnti che fanno riferimento all’ex segretario Zingaretti e a Franceschini) e “vedovi” di Renzi (l’ex capogruppo Marcucci, il ministro Guerini, Orfini e la corrente di Base Riformista).

Manca un anno ancora alle elezioni e lo scenario è in ebollizione. Un vecchio socialista come De Michelis parlerebbe di “scomposizione e ricomposizione dei poli”, un classico della Prima Repubblica. Sinceramente non credo che la legge elettorale con cui voteremo sarà il Rosatellum, ma nemmeno il proporzionale. Sarà una via di mezzo, probabilmente una riedizione del Tedeschellum ipotizzato nel 2017.

Avanti dunque, come direbbe il Bertinotti imitato stupendamente da Corrado Guzzanti, scindetevi e moltiplicatevi! Manca un anno e ancora non abbiamo visto la parte più assurda di tutto questo film…

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