La federazione progressista

In una competizione elettorale gran parte del successo si determina nella composizione delle squadre. Sono purtroppo (sottolineo, purtroppo) lontani i tempi in cui il voto degli elettori era fondato prevalentemente sull’adesione a una determinata e precisa idea/ideologia. Ormai da molto tempo la politica ostenta il distacco dalle ideologie, pur facendo loro continuamente riferimenti e allusioni, per fondarsi invece sull’esaltazione di leader che restano al centro della scena per tempi sempre più brevi, alimentando una fluttuazione dei consensi cui non eravamo abituati.

Nello smarrimento generale provocato da questa variabilità aumenta sempre più il numero degli elettori delusi e demotivati, serbatoio inesauribile dell’astensionismo.

La pandemia ha ulteriormente radicalizzato alcune posizioni e cementato i cosiddetti zoccoli duri dei partiti, aumentando tuttavia anche il numero dei delusi: saranno loro con il loro voto – o non voto – a determinare gli esiti delle prossime elezioni.

Forse è ancora prematuro parlarne, visto che manca circa un anno alle prossime consultazioni e non è ancora chiaro un aspetto dirimente, ovvero quale sarà la legge elettorale con cui voteremo. Se dovesse essere confermata l’attuale legge dovrebbero formarsi obbligatoriamente delle coalizioni, mentre nel caso in cui prevalesse la spinta proporzionalista avanzata da molti partiti ogni lista concorrerebbe separatamente e andrebbe poi a cercare in Parlamento dopo le elezioni i numeri per costituire una maggioranza.

In entrambi i casi tuttavia è fondamentale per i partiti cercare di intercettare il voto determinante dei delusi.

Il loro voto, non fidelizzato e dunque molto variabile, ha determinato i successi dei vari Renzi (2014), Di Maio (2018) e Salvini (2019): tutti leader già tramontati.

Vincere grazie ai voti dei delusi infatti è relativamente facile, mantenere il loro sostegno è invece difficilissimo per non dire quasi impossibile.

Una chiave per mantenere un ampio consenso nel tempo, forse, potrebbe essere quello di assicurare una leadership autorevole, rassicurante e stabile. Il difficile è trovare nel quadro politico italiano attuale soggetti politici, siano essi singoli personaggi o gruppi, in grado di soddisfare questi requisiti.

Partendo da destra, il settore che secondo i sondaggi sarebbe al momento in vantaggio, pare difficile pensare che Giorgia Meloni e il suo gruppo, anche in caso di grande successo elettorale (anche nel caso superasse il 25%) possa costruire una solida e duratura maggioranza. Qualche speranza maggiore potrebbero vantarla soggetti solo formalmente più moderati come i leghisti Giancarlo Giorgetti o Luca Zaia.

Al centro si registrano grandi movimenti per costruire un nucleo liberal-democratico. Si tratta di un tentativo che potrebbe portare frutto in caso di legge elettorale proporzionale, mentre potrebbe naufragare nel caso in cui venisse confermata – ironia della sorte – la legge scritta da Ettore Rosato, cioè un esponente di questo schieramento. Difficile anche in questo caso determinare un soggetto in grado di aggregare con stabilità quest’area a portarla poi a dialogare con gli altri schieramenti da una posizione di prevalenza. L’area di centro appare infatti popolata da numerosi soggetti il cui ego personale risulta inversamente proporzionale al peso politico dei propri partiti. Unirli o anche solo federarli non sarà facile, trovare e accettare un leader comune sarà una missione impossibile. A meno che Draghi non decida di seguire le orme di Mario Monti e fondi anche lui un suo partito per farsi federatore di quest’area.

Eccoci dunque al Partito Democratico, soggetto che vive da anni una latente guerra interna. I gruppi parlamentari, in larga parte nominati dall’ex segretario Renzi nel 2018 e ancora a lui fedeli o comunque affezionati, vorrebbero portare il partito definitivamente al Centro. Il travaglio interno del partito è comprensibile e le istanze del segretario Letta in merito al cosiddetto “campo largo” hanno l’evidente obiettivo di rinviare il più possibile il momento in cui il PD dovrà decidere se essere un partito socialdemocratico e progressista oppure se sposare la causa liberaldemocratica e neocentrista.

I post-renziani del PD (la corrente “Base riformista”, ma non solo) hanno al momento gioco facile nel solleticare l’ambizione di Letta nel proporsi come soggetto principale del Centro anche se, visti i precedenti, pare difficile che il segretario dem possa sentirsi davvero “sereno”. A rendere agevole il compito dei post-renziani è tuttavia anche l’inerzia dei progressisti che prima non sono riusciti a proteggere l’ex segretario Zingaretti e oggi si mantengono su posizioni fin troppo attendiste. Ad esempio l’iniziativa de “Le agorà” di Goffredo Bettini è stata accolta con un calore da circolo polare, alimentando più divisioni e distinguo che altro.

L’altro soggetto da chiamare in causa nella partita del centrosinistra, finita ormai l’illusione della “terza via”, è il Movimento 5 Stelle che Giuseppe Conte sta cercando con enorme fatica di reindirizzare. Qui la guerra interna non è per nulla nascosta, ma si protrae anzi da così tanto tempo da essere diventata noiosa e inconcludente. Il tentativo di rilancio dell’ex Presidente del Consiglio è senza dubbio improbo e, al momento, non si vedono oggettivamente spiragli di successo. Se dovesse fallire, va da sé, Letta non avrebbe più alcuna alternativa e dovrebbe cedere – ancora una volta – a seguire il volere della sua nemesi Renzi. Magari imbarcando anche l’ex nemico Di Maio.

Lo scenario al momento più verosimile è dunque quello di:

  • un polo di destra sovranista guidato da Giorgia Meloni;
  • un polo di centro alleato del PD lettiano, che dopo le elezioni possa cercare di convergere con la parte più moderata del polo sovranista sostenendo la permanenza a Palazzo Chigi del jolly Mario Draghi, sempre che quest’ultimo non si faccia logorare in quest’ultimo anno di legislatura e rinunci definitivamente alle ambizioni quirinalizie;
  • un’area progressista frammentata, marginale e fuori dai giochi.

Ecco dunque l’appello che vorrei lanciare ai progressisti: proviamo a costruire una alternativa politica di alto livello, ambiziosa e lungimirante, elettoralmente competitiva.

Primo passo indispensabile è che il Movimento decida finalmente di chiudere le vertenze interne (anche a costo di una scissione, sempre meglio della lite continua) e dare attuazione alla riorganizzazione proposta da Giuseppe Conte per poi promuovere una federazione equilibrata e coesa con quelle realtà politiche che condividono un programma progressista, ecologista, socialdemocratico. L’appello dunque dovrebbe essere rivolto prioritariamente a Europa Verde, Sinistra Italiana, Articolo Uno, Volt, alle componenti non renziane del PD e a tutti quei soggetti nazionali e locali che condividano analoghe posizioni. A quel punto questa nuova Federazione Progressista avrebbe tutto il diritto, anzi il dovere, di chiedere al PD una scelta definitiva. Ancora una volta il PD si troverebbe a dover scegliere tra Renzi e Conte, ma stavolta nella scelta sarebbero coinvolti anche gli elettori. Di fronte a una federazione di forze politiche che sappiano convergere in un’unica lista nazionale in cui ogni forza componente avesse pari dignità, aperta alle forze migliori (per davvero, non nel senso draghiano del termine) della società civile che motivi avrebbero gli elettori non renziani del PD per non sostenere un’area autenticamente progressista?

L’appello che mi sento di fare a queste forze è dunque quello di non attendere le scelte altrui, ma agire da subito per creare una alternativa fondata su programmi di vero rinnovamento e cambiamento. Almeno proviamoci, altrimenti dovremo arrenderci alla più totale restaurazione e al conservatorismo più stantio tratteggiato alla perfezione nei giorni scorsi da Calenda…sì, proprio quello che ritiene Renzi il miglior presidente del Consiglio dopo De Gasperi…meglio non aggiungere altro.

Forza dunque, uniamoci, federiamoci e proviamo a costruire un futuro di vero progresso per l’Italia!

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