Parlare di Palestina non basta. Senza azioni concrete, le parole restano vuote. Le misure più decisive – come l’imposizione di sanzioni contro il regime coloniale sionista – sono nelle mani di chi, invece di fermare il massacro, lo sostiene apertamente o preferisce tacere per tutelare i propri interessi economici. Eppure, qualcosa si muove: lentamente, alcuni Stati iniziano a piegarsi alla pressione delle opinioni pubbliche. Sono incrinature minime, ma da difendere con forza.
Le persone comuni hanno già fatto moltissimo. Hanno impedito che un orrore venisse sepolto dal silenzio dei media. Se oggi parliamo – e tanto – di Palestina, è grazie ai giornalisti liberi che hanno pagato con la vita il prezzo della verità, ed è grazie alle migliaia di cittadini che, in ogni angolo del pianeta, hanno condiviso immagini, notizie, organizzato iniziative. Gocce minuscole, ma che hanno formato un fiume capace di rompere un primo muro: quello dell’omertà.
Ho spesso criticato i social e la tossicità dei loro “dibattiti”, ma oggi devo riconoscerlo: forse per la prima volta nella Storia, l’opinione pubblica – e persino, in parte, l’azione dei governi – è stata scossa da un’onda spontanea di indignazione popolare. Milioni di cittadini che non hanno saputo girarsi dall’altra parte davanti all’orrore. Cittadini che vedono in Gaza non solo la fine di un processo coloniale iniziato oltre un secolo fa, ma anche la prova generale di nuovi, futuri massacri.
Parlare di Palestina significa affrontare il tema più scomodo: l’autodeterminazione dei popoli. Ogni comunità dovrebbe poter scegliere a quale Stato appartenere. Vale per la Palestina come per la componente ebraica di quella terra, per la Cisgiordania e il Golan, per il Donbass e la Crimea, per la Transnistria e la Gagauzia, per i territori in guerra di Somalia e Sudan, per i Curdi e i Saharawi ancora senza patria.
Parlare di Palestina significa denunciare ogni sopraffazione basata sulla forza militare. Vale in Palestina, come in Armenia. Vale per gli Uiguri, come per gli Yazidi.
Non è vero, come dicono alcuni, che parlare di Palestina significhi ignorare gli altri conflitti: è l’opposto. La Palestina è il simbolo più crudo e documentato di ciò che l’umanità rischia di diventare. È uno specchio che ci costringe a guardare il futuro che ci attende se restiamo in silenzio. La Palestina è il monito più potente del nostro tempo: ignorarlo sarebbe un crimine.
Ecco perché le manifestazioni contano. Non cambieranno tutto da sole, ma sono essenziali. Perché mantengono viva l’attenzione, perché mostrano al mondo che non tutti si piegano, perché ricordano che, dietro le bandiere, ci sono vite umane. Chi le deride come fosse un tifo da stadio non capisce, o non vuole capire, che in gioco non c’è “una parte”, ma la dignità stessa dell’umanità.
Ci vediamo domani alle Logge del Comune di Sansepolcro, alle 18.

