Gli oggetti ci parlano, apriamo bene…gli occhi!

Il rilievo come atto progettuale e la lezione di Peter Eisenmann

di Mirco Giubilei

12 LUGLIO 2003

PRELUDIO

Sono così tante e ricche di numerose sfaccettature le tematiche che sarebbe interessante trattare in materia di Disegno, in particolare sul suo rapporto con i moderni strumenti informatici, che è difficile scegliere.

O meglio…è impossibile scegliere UN SOLO argomento da affrontare, non esistendo una vera divisione a compartimenti stagni tra le singole tematiche, ma essendo ognuna parte di un unico grande discorso: il Disegno. |…|

Non è dunque nella scelta di un singolo argomento che dovremo impegnarci, quanto nella scelta di uno spunto da cui partire per il nostro ragionamento.

IL DISEGNO PARLA DA SE’

E lo spunto, come spesso accade, è giunto nella maniera più inaspettata.

Dialogando su cosa fosse il Disegno e quanto fosse importante “presentarlo bene” e spiegarlo, un mio interlocutore, totalmente privo delle gabbie mentali in cui spesso uno studio eccessivamente nozionistico ci chiude, mi ha colpito a bruciapelo con una domanda che mi ha fatto molto riflettere:

-Che bisogno c’è di fare tanti discorsi? Un disegno parla da sé!-

E’ sorprendente come a volte persone prive di una cultura specifica in materia riescano a mettere in risalto realtà evidenti, ma che pur tuttavia restano a molti “studiosi” celate.

Non è tanto il concetto dell’inutilità dei discorsi, che non condivido, quanto quello del Disegno che parla da sé. E’ vero questo?

Personalmente credo di sì, ma (come per il dialogo tra umani) quando uno parla deve esserci uno, almeno uno, che ascolti e soprattutto sappia ascoltare.

C’è dunque bisogno di un codice comune che, nel caso del comune dialogo interpersonale può essere ad esempio la lingua Italiana, nel nostro caso sono le convenzioni e le norme della rappresentazione, unite indissolubilmente all’esperienza e alla cultura personale di ognuno.

Il fatto è che un disegno deve mantenere il suo potere comunicativo e deve esprimere concetti chiari ad ognuno anche a secoli di distanza.

Non è dunque affatto fuori luogo, nell’era della digitalizzazione più spinta, ricordare ed esaltare i disegni di Leonardo da Vinci che ancor oggi, a mezzo millennio di distanza, sanno essere un illuminante e illuminato paradigma di cosa sia il Disegno.

Anzi, a maggior ragione dobbiamo ricordarlo oggi che, grazie agli elaboratori elettronici, è possibile conservare dati, disegni e quindi concetti per tutto il tempo che vogliamo.

Smagnetizzazione permettendo…

Ma il computer non è solo conservazione, è anche la possibilità di avere una curatissima veste grafica, proprietà un tempo solo dei progettisti più eleganti e con le idee più chiare.

Grazie al computer è oggi possibile presentare elaborati che fanno della comprensibilità il loro pezzo forte.

Ma il vero vantaggio offerto dall’elaboratore è la possibilità di creare forme inconcepibili e in-rappresentabili con i metodi e i mezzi precedenti, ma su questo torneremo.

Infine, un ulteriore e straordinario vantaggio offerto dal mezzo elettronico è la possibilità di creare delle immense banche dati, attraverso cui catalogare un’infinità di opere, concetti costruttivi, soluzioni grafiche.

Interessante, a sviluppo di questo tema, quanto affermato dalla prof.ssa Adriana Soletti nel suo intervento al convegno sul Rilievo tenuto nell’ateneo perugino il 25 Maggio 1995:

“Il foglio elettronico non ha limiti dimensionali. Esso infatti può moltiplicarsi, in quanto è possibile usare più layers indipendenti e, a differenza del carattere totalizzante di una documentazione tradizionale, suggerisce la discretizzazione del pensiero, consente la molteplicità di sovrapposizioni e quindi la ricchezza di dati in aggregazioni diverse”

E ancora nello stesso intervento, affrontando la relazione intercorrente tra Rilievo e nuove strumentazioni:

“Il tipo di disegno utilizzato ha immediatamente un tratto deciso, inequivocabile, il cui significato è convenzionalmente univoco ed è possibile avvalersi di una normativa grafica omogenea, automaticamente ripetuta, senza ambiguità, difformità o eccezioni.

Il Disegno può non essere solo a tratto, essendo la graficizzazione per contorni affiancata da altre forme di codificazione.

L’immagine può essere memorizzata come superficie, colore, riflessione, opacità, ecc.[…]

Relativamente alle immagini sintetizzate artificialmente, il tempo e il movimento rappresentano per queste nuove possibilità strumentali lo stesso veicolo primario del messaggio. Si tratta infatti di immagini modificabili proprio attraverso e grazie alla loro mobilità.[…]

Il Rilievo, in tal modo, diventa attivo, in quanto un archivio con le caratteristiche sopra descritte non è un deposito statico di informazioni, ma un documento vivo, suscettibile di arricchirsi di notizie specialistiche, che lo renderanno di volta in volta idoneo ai diversi usi prevedibili, dall’analisi storica al recupero funzionale”

Sull’ultimo concetto, in particolare, torneremo per trattare la tecnica dello SCALING in Peter Eisenman, di cui la “vitalità” del Rilievo è a mio parere il punto di partenza e, soprattutto, di sviluppo.

IL RILIEVO “DINAMICO”

Abbiamo dunque toccato l’argomento che ritengo fondamentale: il Rilievo.

Esso non va considerato come un’attività disgiunta dalla progettazione, anzi, va inteso come attività ad esso intimamente connessa, senza indicazione alcuna di un “prima” né di un “dopo”.

Rilievo e progettazione sono dunque da vedersi come attività contemporanee, considerando il Rilievo come palinsesto creativo, “quasi che all’interno di un rilievo (ancor più se elaborato elettronicamente) fosse sempre contenuto in nuce una sorta di progetto implicito”(Paolo Belardi, intervento al già citato convegno del 25 Maggio 1995)

Citando Edward Robins, il progetto si può dunque concepire come attività euristica, tesa a mettere in rilievo (appunto) ciò che è già noto.

Questa affermazione, unita all’altra definizione di progetto data dallo stesso Robins, “progettare is educere” , ovvero educare gli aspetti ideativi guidandoli verso la realizzazione, ci da la misura e la qualità della simultaneità fra Rilievo e Progettazione.

E’ interessante poi notare che il termine “euristica” deriva dal greco euristòs che ha le tre seguenti definizioni:

“1.arte che serve a cercare da sé il vero;

2.indagine storica mediante ricerca dei documenti;

3.inventiva.” (Zingarelli, Vocabolario della lingua Italiana, Zanichelli Bologna 1959)

Considerare i tre concetti sopra come aspetti di una stessa realtà a me pare quanto meno cosa assai affascinante e, per certi versi, sconvolgente.

Non solo, ho avuto anche modo di verificare la veridicità di tale trina definizione.

Durante l’attività di rilievo del Monumento ai Caduti sito nel Cimitero Monumentale di Perugia, alcune “informazioni” ci hanno colpito subito, prima ancora che stendessimo fettuccia e metri.

Innanzitutto la forma ben racchiusa in una sorta di triangolo e le differenze stilistiche fra i componenti in cui è decostruibile il monumento, il che fa pensare a tempi diversi di realizzazione nonché ad autori diversi.

Ma il “vero” ancora, potevamo solo ipotizzarlo.

Un’altra cosa pareva incongrua: il significato delle statue.

Se il Genio può rappresentare l’esaltazione dell’arte scultorea e la donna coronata è canonico emblema dell’Italia, manca un simbolo che rappresenti Perugia, un simbolo che esalti il valore dei perugini nelle lotte per l’unità nazionale.

L’indagine d’archivio ha risolto il busillis. Effettivamente c’era una terza statua, un Grifo, simbolo da sempre del valore e dell’indomito spirito dei perugini.

Purtroppo la statua è stata rubata nel 2001. |…|

Ecco dunque che, riprendendo il discorso iniziale, non è solo il disegno a “parlarci”, ma anche, anzi soprattutto, gli oggetti.

Il compito di un buon ingegnere dovrebbe essere proprio ricavare da ogni oggetto, inteso come ente geometrizzato, quelle informazioni riguardo ai concetti costruttivi, materici, storici e filosofici che hanno fatto sì che la forma dell’oggetto fosse proprio quella.

Il percorso da compiere è, come suggerito dal titolo del citato convegno del 1995, dall’architettura concreta (l’oggetto) al suo modello immateriale (il disegno).

Tutti gli oggetti che ci circondano sono libri di testo, sta a noi interpretarli.

Come nel calcio, i mezzi a nostra disposizione sono gli stessi per tutti, un pallone e un po’ di fiato…poi sta a noi accontentarci di essere gregari oppure cercare di essere dei fuoriclasse.

IL PROGETTO, UNO SPECCHIO FEDELE DEI TEMPI

Un’ulteriore dimostrazione della simultaneità fra Rilievo e Progetto è di natura storica.

In ogni epoca infatti, se ci pensiamo, ogni opera ha poggiato le sue fondamenta ideali in quel conglomerato di tecniche costruttive note, tecnologie disponibili, teorie filosofiche, regimi politici dominanti, sistema di valori condivisi, propri di quell’epoca.

Ed è proprio dal Rilievo in senso lato, “analogico”, di tutti questi fattori che i progettisti di ogni tempo hanno attinto a piene mani.

Ecco quindi che l’opera di rilevazione in realtà altro non è se non un’opera di rivelazione dell’esistente.

Il problema casomai è rilevare (quindi rivelare) la realtà contemporanea.

Una realtà caratterizzata da grandi rivoluzioni tecnologiche, da un continuo bombardamento di informazioni, notizie, idee da tutto il mondo, dalle immense capacità delle moderne tecnologie digitali, in continua e vertiginosa evoluzione.

Ma la vera novità assoluta del nostro tempo, quella che può ben racchiudere e spiegare tutte le altre è il DINAMISMO.

Non c’è bisogno di ricordare i tempi dei nostri nonni, già nella vita di un ragazzo di 22-23 anni, si possono notare cambiamenti enormi.

Pensiamo semplicemente all’introduzione dei telefoni cellulari.

Da bambini giocavamo ancora al “telefono senza fili“, verso la fine degli anni Ottanta comparvero i primi modelli, l’ormai leggendario Amico Sip…oggi siamo arrivati a telefoni che fanno di tutto, mandano messaggi di testo, foto e video, inviano loghi e suonerie polifoniche, si collegano a Internet…e all’occorrenza servono anche a telefonare!

La stessa Internet ormai è alla portata di tutti.

L’Architettura stessa deve dunque tener conto dell’irrompere del fattore dinamico e delle nuove tecnologie.

Immessa nell’universo delle informazioni, l’infospazio, l’architettura contemporanea si ridefinisce, orientandosi da un lato verso la de-materializzazione e dall’altro verso la virtualità.

Il problema più importante, come ben detto da Lyotard nel 1985 quando organizzò al Centre Pompidou (opera di Renzo Piano) di Parigi la mostra sugli immateriali è: Come fare a rendere visibile il concetto di flusso informativo, che è di per sé invisibile?

Le risposte a questa domanda sono state molteplici e, in estrema sintesi, possiamo racchiuderle in cinque classi:

1.Una architettura leggera e trasparente sino al limite della sua scomparsa. E’ la proposta di Nouvel, Fuksas e, in parte, di Koolhaas.

Coop Himmelblau, per realizzare al massimo grado questa metafora del nostro tempo, immaginerà un edificio a forma di nuvola, il Cloud n°9 per la Piazza delle Nazioni Unite a Ginevra.

2.Trasformare le facciate degli edifici in schermi su cui si proiettano fatti ed eventi, un po’ come negli edifici billboard di Times Square a New York e del quartiere Ginza di Tokyo.

E’ la teoria esposta da Venturi nel libro “Iconography and Electronics upon a Generic Architecture” in cui egli paragona l’immagine discretizzata degli elaboratori ai mosaici bizantini.

Ne troviamo applicazioni nella facciata del Centro d’Arte e Tecniche della Comunicazione di Karlsruhe (Koolhaas 1989) e nell’Uovo dei Venti a Okawabata (Toyo Ito 1991).

3.Progettare architetture che mutano col variare dei flussi comunicativi.

Lo vediamo all’Institut du Monde Arabe, che manifesta il passaggio di energia solare attraverso il movimento dei diaframmi comandati da una cellula fotoelettrica o anche alla Torre dei Venti, che cambia luminosità in relazione al contesto esterno.

4.Concepire l’architettura come uno spazio a più di tre dimensioni.

Il che è attuabile attraverso l’ausilio di strumentazioni elettroniche che producono finestre virtuali. E’ l’obiettivo della Transarchitettura di Mark Novak.

5.Utilizzare la forma sfuggente, bloboidale, fluida come i flussi che si vogliono rappresentare.

E’ questa la strada seguita da Peter Eisenman e da Jencks.

Eisenman la teorizza in un articolo, “Vision’s Unfolding: Architecture in the Age of Electronic Media”, apparsa su Domus nel numero di Gennaio 1992.

Le forme fluide sono viste come un modo attraverso cui sconfiggere lo spazio euclideo e la concezione prospettica.

Jencks la sostiene entusiasticamente nel suo “The Architecture of the Jumping Universe” del 1995. Le forme fluide sono viste come la perfetta rappresentazione delle scienze della complessità e dei flussi della comunicazione.

LA LEZIONE DI PETER EISENMAN

L’ultima delle cinque risposte viste sopra è per certi versi la più ovvia, ma se poi si pensa alla sua applicazione in Architettura e si vedono le opere di Eisenman, l’ovvio lascia ben presto spazio alla meraviglia e alla riflessione.

Penso sia opportuno conoscere Eisenman, prima di trattare le sue opere.

Peter Eisenman, nato nel 1932, è uno dei membri dei cosiddetti New York Five (NY5), i cinque grandi architetti newyorchesi che hanno dettato legge nel nuovo modo di fare Architettura.

Gli altri sono Michael Graves (nato nel 1934), John Hejduk (1929), Richard Meier (1934) e Charles Gwathmey (1938).

Se entriamo nella sua “bottega” a New York (è possibile farlo in rete, al sito www.eisenman.com) possiamo già intuire cosa sia il suo insegnamento.

Già perché Eisenman continua tuttora a considerarsi, prima di tutto, un docente.

Egli vede nella spiegazione un modo per “vedere di più”.

Cito: “Io credo che il compito della spiegazione sia di permettere a noi stessi di vedere di più, di accrescere le capacità di farsi un’esperienza, non di proclamare la verità […] Forzandomi di spiegare io imparo”

Eisenman, da vero regista quale un moderno ingegnere deve saper essere, coordina in un grande studio open-space in cui tutti collaborano assieme, i movimenti di ognuno verso la realizzazione di quelle opere che lo stanno rendendo uno dei più grandi interpreti dell’Architettura contemporanea.

Le stesse opere che, unite a quelle della tradizione, diventano libri di testo e materia speculativa e di confronto verso la nascita e l’elaborazione di nuove idee e soluzioni.

Non manca mai, poi, una copia di ANY, Architecture New York, rivista che è la sintesi migliore di quanto sta accadendo nel mondo del pensiero occidentale.

Eisenman non dimentica mai che l’Architettura è una sublime arte di comunicazione e ricerca, direi un’attività prettamente “filosofica”, nel senso greco del termine, ovvero di amore-per-il-sapere.

La triade vitruviana, utilitas-firmitas-venustas, diventa in Eisenman un poker, attraverso l’introduzione di una nuova componente luogo-spazio.

I collaboratori devono cercare nei testi, negli scritti e nei progetti quei significati e quelle idee che ancora Eisenman non vede.

Poi si passa allo studio dell’area dove sorgerà l’opera. E’ questa la fase che grezzamente possiamo chiamare, di Rilievo.

L’esistente viene ordinato-rappresentato in via digitale e da qui si parte verso la genesi delle nuove forme.

Il tutto sempre servendosi di modelli, in ogni fase del progetto.

Eisenman usa tre tipi di modelli: Plastici, Modelli diagrammatici e Plastici informatici.

Attraverso i modelli è possibile seguire lo sviluppo di un progetto, controllando ogni modificazione in tempo reale. Per Eisenman non esiste differenza, se non di scala e di possibilità abitativa, tra modello e oggetto da costruire.

Inoltre, attraverso la fotografia digitale e la microcinematografia è possibile “entrare” nel modello simulando così una passeggiata virtuale nell’oggetto da costruire.

I modelli diagrammatici sono modelli non iconici e possono essere di tre tipi: architettonici, filosofico-scientifici e matematici.

I modelli architettonici servono a individuare e localizzare le funzioni di un edificio e le loro connessioni, sia verticali che orizzontali.

Filosoficamente Eisenman tende a una negazione dello spazio euclideo ed è fortemente attratto dalla geometria booleana.

Studia i frattali, la teoria del caos, la teoria delle catastrofi, il DNA, gli atomi leibnitziani e, soprattutto, il comportamento dei cristalli liquidi.

LA GENESI DI UN PROGETTO SECONDO EISENMAN

I primi modelli sono costruiti secondo schemi organizzativi tradizionali, tenendo conto del luogo in cui si deve progettare, del tema da sviluppare e della tradizione autoctona.

L’unità volumetrica principale si forma accostando più unità funzionali di base che garantiscono lo svolgersi delle attività.

I diagrammi, attraverso il computer, sono interpretati, modificati e rielaborati, metabolizzati da chi lavora al progetto, secondo una direzione precisa.

Si crea così un forte rapporto tra manualità e gestione elettronica, da cui nasce un primo progetto.

In questo procedimento reale e virtuale si confrontano in un continuo dialogo.

Il virtuale non va comunque inteso come il contrario del reale, ma come la possibilità innata nella creazione, di prevedere ciò che non è ancora rappresentato, un attimo prima della sua realizzazione fisica.

STRUMENTI PER UNA “ARCHITETTURA ELETTRONICA”

L’importanza del mezzo informatico ha dunque una valenza di tipo soprattutto creativo. Ma non solo.

Oggi esistono studi di Architettura “virtuali” dove i progettisti condividono informazioni e competenze, lavorano sugli stessi progetti, ma si trovano in luoghi diversi!

Ma gli stessi studi di Architettura fisicamente tangibili hanno subito grandi cambiamenti.

Le dattilografe sono state sostituite da programmi Word Processor, le calcolatrici dai fogli elettronici, matite e tecnigrafi dai programmi CAAD.

Programmi di Office Automation consentono di gestire diverse attività di segreteria e infine, di non minore importanza, non possono mancare i programmi di simulazione.

Il loro impatto visivo sul cliente sono spesso un concreto fattore di successo.

Per non parlare della possibilità di raccogliere grandi quantità di informazioni via Internet, anche se non sempre alla quantità corrisponde un’adeguata qualità…almeno per ora.

Ovviamente poi, c’è anche il percorso inverso; non solo Internet entra negli studi di Architettura, ma anche gli studi entrano nella Rete.

Dopo gli svizzeri del SIA (Schweizerischer Ingenieur und Architektenband, siti Internet www.sia.ch e www.junges.ch) tantissimi altri studi, compreso quello di Eisenman, come abbiamo già visto, sono entrati in Rete.

Il computer diventa dunque un mezzo per creare-gestire-pensare-disegnare.

Eisenman, in particolare, vede il computer come uno dei punti di partenza per generare forme in continuo sviluppo.

L’Architettura non è più generata da un sistema di linee ordinatamente disegnate su un foglio.

Il nuovo mezzo espressivo consente una interattività precedentemente ignota.

Ed è così che nascono le forme più “strane” e geniali, superando gli schemi classici caratterizzati da elementi fondamentalmente statici come scatole e colonne.

Il fattore dinamico raggiunge la sua espressione e diventa Architettura.

Nell’architettura, come proclamato da Novak e ribadito nel 1963 da Ivan Sutherland al Mit (Massachussetts Institute of Technology), il limite delle tre dimensioni è superato.

Oltre alla quarta dimensione (il tempo), è ormai essenziale considerare l’informazione come quinta dimensione architettonica.

In particolare si può considerare una classificazione delle informazioni in:

informazioni nella mente del progettista, che determinano un primo “orientamento” del disegno;

informazioni esterne, cioè riferimenti formali esterni;

informazioni generatesi durante il processo di progettazione e costruzione;

informazioni che vengono alla luce durante la vita di un edificio.

Passiamo ora in rassegna sinteticamente alcune opere rilevanti di Peter Eisenmann.

ROMA,UNA CHIESA PER L’ANNO 2000

In questo progetto lo schema iniziale scelto è quello di due barre parallele e del vuoto tra esse compreso (modello diagrammatico architettonico).

I concetti “filosofici” da esprimere sono: il rapporto vicinanza-distanza implicito nel concetto del pellegrinaggio e nell’idea dei mezzi di comunicazione; la nuova relazione Dio-Uomo-Natura.

I diagrammi su cristalli liquidi consentono di ottenere deformazioni capaci di modellare gli spazi.

Scelto il riferimento, i diagrammi sul comportamento dei cristalli si sovrappongono a quelli tipologici e dalla loro reciproca influenza ed elaborazione nasce l’edificio.

Cito: “Invece di cominciare esclusivamente con un diagramma funzionale o tipologico, partiamo da altri tipi di diagrammi come quelli sui cristalli liquidi o sulle funzioni delle onde cerebrali.[…] La forma Chiesa evolve dal terreno, da una realtà tangibile, verso il cielo e l’infinito […] diviene la mediazione fra Dio e la natura, tra il fisico e l’infinito”

Il modello, attraverso l’elaborazione al computer, diventa non più un insieme di linee, ma di vettori.

Si creano così veri e propri modelli informatici, molto più malleabili di quelli tradizionali, in quanto consentono una interazione più dinamica ed immediata.

L’opera poi non fu realizzata, il concorso a inviti promosso dal Vicariato di Roma fu vinto dal progetto di Richard Meier. L’opera di Meier verrà inaugurata il prossimo Ottobre ed è un crogiuolo di innovazione, “pulizia” e tecnica, oltre ad essere una sfida, con le sue enormi vele (o meglio gusci), a chi riteneva il progetto irrealizzabile.

ARONOFF CENTER

Il primo progetto in cui Eisenman usa questo lavoro di gestione elettronica di un’idea: i diagrammi che hanno sempre accompagnato i suoi progetti diventano complessi.

La prima parte del processo è guidata da diagrammi geometrici e funzionali, divisi in:

diagrammi funzionali

lettura del contesto

sovrapposizioni

deformazione

torsione

sovrapposizione

spostamento

La seconda parte dei diagrammi è sviluppata dal sistema delle preesistenze.

Lo schema dell’edificio assume la forma di un ingranaggio di bicicletta il cui movimento non è meccanico bensì è dato dall’articolazione dell’intera figura.

VIRTUAL HOUSE

Inizialmente si hanno nove cubi. La casa nasce dall’interazione tra i cubi, i quali costituiscono un potenziale campo di relazioni interne e condizioni di interconnessione.

In una prima fase si isolano due dei nove cubi originari con i lati adiacenti.

Il computer legge ogni lato da angolo ad angolo e la traccia di questa lettura viene registrata.

Si ripete il processo con i due cubi costretti uno dall’altro.

Piano piano la casa si materializza e si perdono le tracce di ciò che l’aveva generata.

IN CONCLUSIONE

Due barre, nove cubi, l’ingranaggio di una bicicletta…tutti elementi desunti dalla realtà.

Ecco quindi che null’altro se non il Rilievo dell’esistente sta alla base di tutto.

Non solo, dalla sua deformazione, ripetizione, rotazione, nasce la nuova forma e il nuovo progetto.

Ed ecco dunque che l’attività di Rilievo assume ancor più nobiltà proprio grazie alle nuove tecniche (e tecnologie) di rappresentazione.

E’ grazie a loro, se oggi siamo in grado di ascoltare meglio la voce degli oggetti…tenendo sempre gli occhi ben aperti!

Riferimenti bibliografici:

Antonino Saggio, Peter Eisenman, trivellazioni nel futuro, Testo&immagine srl

Luca Galofaro, Eisenman digitale, Testo&immagine srl

Gerhard Schmitt, Information Architecture, Testo&immagine srl

Università degli studi di Perugia, Il rilievo dall’architettura concreta al suo modello immateriale, atti del convegno, pubblicazione dell’Ateneo