Progresso e pensiero delle cattedrali

Una volta si diceva che “la Politica è l’arte del compromesso”. Nell’era della politica-social, “compromesso” è diventata invece una parolaccia. Ognuno cerca di sovrastare l’altro, di “blastarlo”. Spiace vedere che questo capita anche ad alcuni che si professano pacifisti, salvo insultare chiunque non sia in linea al 100% col proprio pensiero. Occorre, a parer mio, recuperare prima di tutto il senso di una Politica orientata al miglioramento della vita di ciascuno di noi. La Storia ci insegna che difficilmente ciò avviene con azioni radicali, rivoluzioni, men che meno con le guerre. Il Progresso, che deve sempre affiancarsi alla ricerca di un benessere diffuso e condiviso (Genovesi, padre dell’Economia Civile, parlava di “felicità comune”), è un percorso graduale fatto di una lunga serie di piccole conquiste e piccoli miglioramenti. Richiede lo sforzo di generazioni e richiede la costanza nel seguire progetti di lungo termine. Telmo Pievani parla di “pensiero delle cattedrali” riferendosi alla costanza e alla capacità di vedere oltre l’immediato che dimostrarono quei nostri antenati del Medioevo, i quali decidevano la costruzione delle cattedrali ben sapendo che non ne avrebbero visto il completamento. Facevano la loro parte, pensando soprattutto a chi sarebbe venuto dopo di loro.

Occorre recuperare questo senso della Politica, fondata sulla ricerca di un progresso duraturo e capace di anticipare gli scenari futuri senza restare vittima di un continuo “presentismo”.

Questo aiuta anche a capire meglio ciò che accade, a “vedere” sviluppi futuri delle condizioni attuali, a evitare il ripetersi di eventi drammatici. La pandemia dovrebbe saperci insegnare che occorre investire e rendere quanto più capillare possibile l’assistenza sanitaria e sociale nei territori. Quando avremo a che fare con la prossima pandemia – il che fisiologicamente accadrà, prima o poi – non saremo perdonabili se ci troveremo di nuovo totalmente impreparati ad affrontarla. Analogamente i terremoti, soprattutto nel nostro Paese, dovrebbero averci insegnato che occorre studiare attentamente le corrette tecniche di costruzione antisismiche e applicare adeguati strumenti di prevenzione sull’edificato storico.

Bisogna ammettere, anche solo riferendosi ai due esempi sopra, che non sempre siamo bravi ad imparare dagli errori e ogni volta ci troviamo nudi di fronte a problemi che, in realtà, dovremmo già conoscere. Questo è uno dei mali maggiori del “presentismo”, ovvero dell’incapacità di analizzare il passato per trarne esempi utili così come quella di saper individuare scenari futuri conseguenti alle scelte dell’oggi.

La crisi bellica in Ucraina non era imprevedibile se solo avessimo analizzato meglio il passato. Anche perché quella guerra non è iniziata il 24 febbraio 2022, ma molto prima. Dopo anni, da come si vede chiaramente dalle dichiarazioni tanto russe che euro-atlantiche, si continua ad alimentare il fuoco di uno scontro che doveva essere evitato. Non si parla nemmeno più di trattative, ma solo di come “vincere” la guerra. Questa guerra già oggi è Mondiale, anche se non subirà – come si spera – ulteriori escalation, per gli effetti che lascerà nel tempo in ogni continente. Alla fine di questa guerra comunque l’ordine globale sarà cambiato ed è indispensabile avere senso del progresso e spirito delle cattedrali. Occorre che la Politica – strumento odiato da molti, ma che piaccia o meno l’unico che abbiamo a disposizione – sappia vedere quale scenario futuro costruire e mettere mano da subito alla sua realizzazione.

Lo scenario futuro utile alla nostra parte di Mondo, l’Europa, è quello di un continente pacificato capace di essere ponte di dialogo tanto con gli USA che con la Russia e con gli altri attori principali del contesto globale, a partire dalla Cina. Proprio Europa e Cina potrebbero essere, a parere mio, i soggetti principali in grado di proporre alle due ex superpotenze una via d’uscita ad un conflitto che ogni giorno che passa rischia di scivolare repentinamente verso l’abisso di uno scontro totale e forse anche nucleare.

In questa fase, come diceva anche Giuseppe Conte ieri, l’unica escalation di cui abbiamo bisogno è quella diplomatica. Occorre però anche iniziare quanto meno a domandarci: quale potrà essere un assetto futuro equilibrato per l’Europa a conclusione del conflitto? Dove possiamo ragionevolmente arrivare?

Ovviamente non è una proposta compiuta, ci mancherebbe, ma una simulazione di quello che potrebbe essere un punto di incontro tra le diverse istanze.

A parere mio i due punti cardine su cui potrebbero trovarsi punti convergenza dovrebbero essere: neutralità simmetrica e autodeterminazione.

Neutralità simmetrica: se si vuole il disarmo deve essere su entrambi i fronti, altrimenti non può funzionare. Da un lato è inaccettabile che la Russia invada altri stati, dall’altro è legittimo che la Russia non voglia armi puntate contro sui propri confini nazionali. Secondo tale principio dovrebbero essere garantite forme di disarmo offensivo su tutti i territori di frontiera. In tali regioni dovrebbero essere consentite installazione di sole armi di difesa. Nella mappa (ho usato una mappa dell’Assembly of European Regions) ho individuato le aree di necessario disarmo da parte Russa (in rosso, ho compreso anche Bielorussia e Transnistria) che da parte NATO (in azzurro, comprendendo anche la Moldavia).

Autodeterminazione: In verde ho indicato i territori contesi già dal 2014 di Crimea e Donbass: questi ultimi dovrebbero essere totalmente smilitarizzati e dovrebbero costituire una entità statale autonoma. Dovrebbe essere concessa loro la più ampia autonomia e dovrebbero poter decidere tramite referendum popolare se costituire uno stato autonomo oppure di annettersi alla Russia o ancora continuare a far parte dell’Ucraina.

Ovviamente è solo un’ipotesi di studio senza nessuna pretesa, ma il modo di uscire dal conflitto – a meno che non si voglia continuare a combattere fino a totale distruzione di una delle due parti – dovrà comunque comportare qualche rinuncia a tutti.

 

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