Adriano Olivetti: 60 anni di un futuro da scrivere


Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti ha lasciato questo mondo. Un addio improvviso e violento, assolutamente inatteso. Trombosi del seno venoso cerebrale, questo fu il responso dei medici.

Parlando di Adriano Olivetti tuttavia usare i toni della commemorazione appare sempre improprio, suona sempre strano. “In me non c’è che futuro”: è una frase attribuita al grande Ingegnere di Ivrea (nonché il titolo di un bel documentario del 2011). Leggendo le opere di Olivetti sembra in effetti di leggere parole visionarie, ancorché estremamente concrete. L’utopia concreta olivettiana nasceva e si sviluppava attorno al concetto affascinante di Comunità, parola potente ed evocativa, capace di racchiudere in sé il senso di un grande progetto politico e sociale che purtroppo, proprio 60 anni fa, subì un brusco e doloroso stop.

Adriano Olivetti viveva nel futuro, era avanti di almeno un secolo rispetto ai suoi contemporanei e anche rispetto a noi: ecco perché non ha senso commemorarlo, ma casomai è utile studiarlo e “anticipare” quello che avrebbe potuto realizzare se ne avesse avuto tempo e modo. A tal proposito c’è una bellissima opera del 2011 di Marco Peroni dal titolo estremamente evocativo e significativo: “Adriano Olivetti, un secolo troppo presto. Ivrea 2061”.

L’utopia concreta olivettiana attende ancora di essere realizzata e mai come oggi, in una società smarrita, senza punti di riferimento certi, in pericolosa e totale balia delle suggestioni mediatiche, il messaggio comunitario di Adriano Olivetti suona come una concreta speranza.

Dopo sessanta anni è il momento di dare concretezza a quel grande progetto, costruire davvero quella Italia delle Comunità che Adriano Olivetti sognava.

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